Responsabilità Personale d’Impresa

Ne avevo il sospetto da anni, ora ne ho le prove.

OK, la ricerca è un po’ datata, ma sono convinto che se venisse svolta nuovamente oggi darebbe risultati di poco migliori.

L’11% dei responsabili delle risorse umane che si trovano a gestire espatriati, non ha mai lavorato all’estero. Detta brutalmente, non ha la benché minima esperienza diretta di quello che sta facendo.

In pratica, è come mettere un astemio totale a fare il sommelier.

Expat

A mio parere è un dato davvero notevole, che sottolinea la poca attenzione che hanno le aziende per un tema potenzialmente esplosivo.

Un numero di expat fra il 10% e il 20% che rientra a casa prima del tempo, significa due cose:

1) Disagi e infelicità personali per un gran numero di perso.

2) Costi! Che dipendendo da molteplici fattori  possono andare alle stelle.

Ovviamente ci sono ci sono ammirevoli eccezioni di responsabili del personale che, pur senza esperienza diretta, sono tanto sensibili ed efficienti da mettere a proprio agio i nuovi arrivati. Ma sono, per l’appunto, eccezioni.

Viene da chiedersi quante aziende possono permettersi di sperare di trovarne una nell’89% dei casi.

E allargando il tema al ben più vasto ambito dei non espatriati, quante sono invece le aziende che si occupano di accogliere in qualsivoglia modo un neoassunto? E non sto parlando di “Qua c’è la tua scrivania, la mensa al pianterreno funziona dalle undici e mezza alle tre, se hai bisogno di qualcosa chiamami all’interno 336” (ma poi è in riunione per mezza giornata); so parlando di un percorso strutturato semplicemente per evitare che si senta subito perso.

L’impressione che ho è che molte aziende siano troppo impegnate a soddisfare la Responsabilità Sociale d’Impresa per occuparsi sul serio di quella Personale.

(Foto: http://www.internations.org )

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Dracula veste Prada (l’etica negli affari e’ un affare serio)

Il 2 Novembre 2014, Report, trasmissione in generale meritoria e non di rado furbacchiona, ha trasmesso un reportage sulla delocalizzazione nell’Est Europa della produzione di alcuni marchi di abbigliamento italiani. In realta’ il bersaglio grosso era Moncler, ma il discorso e’ di piu’ ampio respiro.

Woland and Behemoth

L’intera puntata si trova al solito sul sito della trasmissione, precisamente a questo link

Un caso interessante, che suggerisce alcune riflessioni.

1) Accuse di maltrattamenti agli animali: i filmati mostrano chiaramente che in alcune fattorie ungheresi le oche vengono effettivamente maltrattate durante lo spiumaggio per la produzione di giacche, cuscini, piumoni. Ma non vengono mostrate prove che proprio quelle fattorie forniscano le compagnie messe sotto accusa (principalmente Moncler). In teoria il problema e’ semplice: se si verificano maltrattamenti nella filiera, l’azienda ne deve rispondere. C’e’ di mezzo un enorme se. Intanto pero’ si e’ creata una connessione fra il nome delle aziende e quest’odiosa pratica illegale.

2) Accuse di non produrre con materiali di prima scelta: anche qui, la questione e’ pacifica (?). Se la qualita’ delle piume utilizzate da Moncler non corrisponde a quella dichiarata, l’azienda ne deve naturalmente rispondere legalmente. Se al contrario in questo non c’e’ ambiguita’, spetta esclusivamente al consumatore decidere qual’e’ il valore da attribuire al prodotto.

3) Accuse di margini “avidi” (un capo viene prodotto a 30/40 euro e rivenduto nelle boutique a prezzi con tre cifre): qua comincio a chiedermi se la trasmissione pecchi di ingenuita’ o di qualcosa di un po’ piu’ grave. Se un’azienda riesce a creare un valore percepito trenta volte superiore ai costi diretti, sta facendo il suo lavoro bene. Splendidamente, direi. Non comprendere che per raggiungere – e sostenere! – una posizione simile occorrano sforzi eccezionali nel marketing (un’attivita’ tra l’altro svolta da persone, certo televisivamente meno interessanti degli operai pugliesi – per non parlar delle oche) e’ davvero notevole. Se il valore percepito di una gacca Moncler fosse identico ad una non Moncler in vendita a 100 euro, Moncler dovrebbe reinventare la propria strategia – oppure chiudere baracca.

4) La Transnistria. Con un magistrale colpo di teatro, Report rivela che diverse aziende della moda come Moncler, Prada e Cerruti producono in una cintura di terra moldava al confine con l’Ucraina, la Transnistria appunto. In particolare sottolineano scandalizzati che si tratta di uno stato non riconosciuto (come se questo rendesse peggiore produrre li’ che, ad esempio, in Romania), per poi far notare come le etichette Moncler riportino invece (!) “Made in Moldova” (che e’ dove i capi sono prodotti), anzi che “Made in Transnistria” (che non esiste) quasi a volere celare la scomoda origine dei capi. Il nome stesso tra l’altro, serve con efficacia il proposito di evocare atmosfere transilvane, in cui aziende malvagie ordiscono trame sinistre (metaforicamente e non). Dracula veste Prada, verrebbe da dire. Report lo conosce bene il marketing, altro che.

5) Il Made in Italy. Questo e’ il punto piu’ interessante. Report richiama gli imprenditori della moda a una sorta di dovere morale acciocche’ rimpatrino la produzione nei confini italiani. Si potrebbe dibattere a lungo sul ruolo sociale dell’impresa, con ottimi argomenti per sostenere diverse posizioni. Il punto e’ che qua Report ne usa uno capzioso e cita, come modello da imitare, lo stilista Brunello Cucinelli, una sorta di Beato Angelico che in un arcadico borgo umbro dirige un’impresa che combina la perizia di una bottega rinascimentale e risultati da Fortune. Chiunque sappia non dico vestirsi bene, ma anche solo allacciarsi le scarpe, sa che mettere sullo stesso piano Cucinelli a Dolce & Gabbana perche’ sono italiani e fanno moda e’ come paragonare i Pink Floyd ai Take That solo perche’ sono inglesi e fanno musica. Il valore creato da Cucinelli (e percepito come un beneficio dai suoi clienti) e’ una qualita’ eccellente dei materiali e la lavorazione accuratissima degli stessi. Per Dolce & Gabbana e’ l’immagine. Valori diversi, benefici percepiti diversi.

Moncler va oltre e dichiara apertamente di rigettare il marchio Made in Italy (infatti ha rilevato l’azienda dai francesi e – come visto – marchia le proprie etichette “Made in Moldova”). E’ un’azienda italiana che fa un prodotto non quintessenzialmente italiano. E allora?

Sul finale, Report suggerisce addiritura a mezza voce che ci siano aziende che producono all’estero e marchiano “Made in Italy” (ma non vi da sostanza con prove). In quel caso, l’azienda sarebbe ovviamente passibile dal punto di vista legale. Ribadisco: e allora?

Tutti questi punti evidenziano una cosa: il ruolo cruciale rivestito dai media (tradizionali e sociali) nell’etica d’impresa.

Non sorprende che il titolo Moncler abbia subito un calo immediato in borsa e una risposta adeguata alla crisi sara’ una priorita’ della societa’.

Sono davvero colpevoli delle accuse mosse? Porteranno invece Report in tribunale e vinceranno?

Ma soprattutto, importa davvero?

No, non importa.

Le accuse, lungi dall’essere circostanziate almeno sulla base di cio’ che e’ stato mostrato fino ad ora, hanno gia’ causato un enorme danno, finanziario e d’immagine.

La vendetta delle oche ribadisce ancora una volta che rispondere a una crisi causata da problemi etici (e non importa quanto bene e con argomenti validi) non e’ piu’ sufficiente.

Fare prevenzione stabilendo politiche etiche adamantine, trasparenti, a prova di critica, non e’ piu’ soltanto “cosa buona e giusta”. E’ vitale per l’azienda.

Qui su linkedin

 (Immagine: Sergey Alimov, “Woland and Behemoth”, www.masterandmargarita.eu)

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Volano chitarre (a lezione di servizio clienti)

Benche’ abbia un atteggiamento nei confronti della vita troppo distratto per farmela avvelenare sul serio da questo tipo di problemi, mi e’ capitato come a tutti (anche recentemente) di provare la frustrazione del cliente seviziato e zimbellato, che non si limita a subire il danno, ma riceve pure una pernacchia a corollario. 

chitarra-volante

Solitamente ci sono due atteggiamenti possibili in questi casi: il contrattacco battagliero o l’accettazione zen (il secondo sovente segue cronologicamente il primo: Esopo ne aveva parlato venticinque secoli fa).

A meno che. 

Dave Carroll e’ un musicista country canadese che un giorno doveva volare con la sua band da Halifax a Chicago su un volo United Airlines. Imbarcati gli strumenti al check-in e preso posto sull’aereomobile, butta un occhio fuori dall’oblo’ e nota “con terrore” i facchini lanciarsi i bagagli, tra cui la sua amata chitarra Taylor che viene clamorosamente mancata dal ricevitore e finisce pertanto rovinosamente al suolo.

Accertato all’arrivo un evidente danno, Carroll tenta di iniziare la procedura di rimborso, venendo pero’ sdegnosamente respinto dal personale amministrativo della compagnia. 

Frustrato da un anno di tentativi andati a vuoto, per la disperazione pubblica questo:

https://www.youtube.com/watch?v=5YGc4zOqozo

Risultato: 14 milioni (ad oggi, 8 Settembre 2014) di visualizzazioni e crollo delle azioni United per 180 milioni di dollari.

 

Foto: musica-spirito.it

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Il leone si era addormentato

Ho scoperto perche’ non mi sono mai innamorato di Roger Federer

sleeping-lion

Non che in se’ sia una colpa o richieda una giustificazione, intendiamoci. Ma insomma, amo la bellezza, nel tennis in special modo, e negli ultimi anni la sua eleganza liquida ha rappresentato forse l’acme’ estetico nello sport.

Il suo gioco e’ stato un lampo nel buio, sconvolgente perche’ desueto e ritenuto ormai incompatibile con la modernita’. Io pero‘ ho sempre contestato l’immagine dell’atleta fuori dal proprio tempo, coltivata anche dal suo sponsor tecnico con collezioni retro‘ che all’occhio dell’esteta non possono che apparire vagamente pacchiane.

Il talento di Federer e’ antico, ma lui non lo suona con uno Stradivari: lo remixa con una consolle da DJ.

Il risultato, prodigioso, riflette un interprete perfettamente e consapevolmente inserito nel mondo di oggi.

E proprio in conformita’ ai tempi correnti la sua personalita’ appare piatta; in ossequio, per l’appunto, a una societa’ perennemente in bilico sulle uova che guarda con sospetto le deviazioni dalle linee guida. Il problema e’ che quella piattezza era in buona misura autoindotta, per ossequiare i tempi come detto e alimentare i successi dentro e fuori dal campo. Federer, per cosi’ dire, si era sedato sugli allori.

Le vittorie arrivavano a grappoli per superiorita’ adamantina; e le sconfitte, pochissime prima, poi via via piu’ numerose, venivano vissute col tremendo fastidio della lesa maesta’ zittito pero’ dal sussiego dovuto alle circostanze.

Trionfi con poca anima, cadute con poca gloria. Estremizzo, certo, ma, tornando alle righe d’apertura, ecco la ragione per cui non mi sono mai innamorato di Roger Federer.

Perche’ pero’ l’ho scoperto soltanto a Luglio 2014? Perche’ e’ a Luglio 2014 che si e’ giocato il quarto set della finale di Wimbledon 2014.

Federer era tornato a giocarla, la finale, e questa in se’ e’ l’ennesima distinzione di una carriera da libri di storia.

Contro Djokovic aveva vinto il primo set al braccio di ferro del tie break, perdendo sciaguratamente il secondo e poi il terzo, benche’ seguitando a giocare un tennis meraviglioso e senza tradire una ritrovata vena offensiva. Ma qua la partita era finita: piu’ vecchio dell’avversario, sotto di un break e con una sorta di complesso di superiorita’ nei confronti del concetto di sconfitta. Che speranze c’erano di continuare a vedere una partita?

E invece Federer, anzi che mollare, rinasceva. E dava vita a una rimonta memorabile in uno dei piu’ grandi set che gli abbia mai visto disputare. E non tanto per il gioco in se’, sempre policromo, aggressivo il giusto, felino e divertente. A strabiliarmi e’ stato invece l’orgoglio sereno con cui e’ uscito dalla buca ruggendo, quasi avesse realizzato all’improvviso che la lotta non solo non avrebbe svilito il suo rango, ma lo avrebbe ulteriormente invece nobilitato, ben piu’ di certe isterie strozzate del passato.

Ha finito per perdere al quinto, ma cosa conta?

Ci deve essere anima nel gioco, ci puo’ essere gloria nella sconfitta.

Forse era questa la scintilla mai scattata, accesa oggi dal leone che si e’ svegliato.

(Foto: August Allebe’, “Sleeping Lion”, scaricata da blog.europeana.eu)

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Non si fanno ragionieri

emigrazione

A lungo considerato una figura determinante per capire e spiegare il paese, il ragionier Fantozzi è stato ormai pensionato dal ruolo e relegato a maschera folkloristica, tutt’ al più a documento storico.

Io dico invece che Fantozzi resta una chiave di lettura utile a capire anche gli italiani di oggi. Va solo cercato altrove: non più nelle megaditte, tumulato in mansioni immutabili da contratti bisecolari; soprattutto, non più in Italia a officiare i riti ancestrali del caffè coi colleghi e le paste alla domenica. Una nuova generazione di Fantozzi si è adattata al mondo che cambia e ha lasciato il Paese su un low cost stipato come una tradotta. Resta legata alla madrepatria, contrariamente ai discendenti degli italiani partiti un secolo fa; e non ha i privilegi economici in cambio dei quali gli espatriati degli anni ’70 e ’80 lasciavano un paese pasciuto e sorridente. La molla non è la disperazione o l’ambizione, ma un lavoro normale e una normale retribuzione: con queste premesse è inevitabile si generino dinamiche fantozziane, in forme evolute e con lo shock culturale come detonatore comico aggiuntivo.

Il fenomeno è sottovalutato perché di ardua identificazione: innanzitutto il nome in codice non è più ragioniere, ma dottore, titolo che ormai non si nega a nessuno e che, quando sbandierato all’estero dove dottore è solo (ma guarda un po’) chi consegue il dottorato, scatena reazioni che variano dal basito e all’ilare. Un’estetica globalizzata ed uniforme, poi, rende i Fantozzi odierni indistinguibili dai patrizi all’aperitivo a Courmayeur. Ma soprattutto i nuovi Fantozzi disconoscono, quando non rigettano con sdegno, la nomea. Se un tempo l’appartenenza piccolo borghese era un orgoglio, oggi le aspettative ipertrofiche della società impongono di sfoggiare doti prodigiose e qualifiche non meno eccezionali: ecco dunque un ventottenne con triennale in scienze politiche, che mastica lo spagnolo e fa l’assistente in un ufficio di Madrid, attribuirsi immantinente la patente di cervello in fuga. E l’effetto-contagio che ne consegue, simile alle allucinazioni competitive scatenate dalle panzane di Calboni, crea legioni di sedicenti fenomeni frenati solo da sciagurate congiunture storiche. C’è del vero, intendiamoci.

Ma se imparassero a riconoscersi e a ridere di se stessi vivrebbero forse più sereni e magari, chissà, conquisterebbero Hollywood col nuovo capitolo: “Fantozzi goes abroad”.

(Foto: genova.erasuperba.it )

 

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Brevi storie alfabetiche – Rien ne va plus

Aveva bevuto. Contava denaro e fiches. Gli habituées, invisibili, lasciavano mance nell’ombra.

Punto’ quanto riusci’ su tutta una vita.

Zero.

 

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Ahi, suda, America!

E‘ ancora possibile un’epica del football?

Maracanazo

Credo ci sia un motivo per cui la risposta d’acchito e‘ negativa.

L’espressione stessa sprigiona immagini seppiate, filmati approssimativi e radiocronache gracchianti, remote come il suono dello spazio interstellare registrato dal Voyager.

Se ai Mondiali del 1950 ci fossero state le telecamere a riprendere ogni dettaglio, della finale si ricorderebbero forse solo i marcatori (Friaça, Schiaffino, Giggia: un settenario imperfetto che ha il suono di una milonga).  Oggi invece l’immagine di quella partita e‘ il capitano uruguayano Obdulio Varela che prima di entrare in campo prepara i suoi ad affrontare duecentomila e undici avversari („Muchachos“, quelli sono solo undici, come noi. „Los de afuera son de palo“) e dopo aver subito il gol dello svantaggio prende il pallone sottobraccio e sfida il Maracana‘, rallentando la ripresa del gioco per buttare ghiaccio sull’entusiasmo dei brasiliani. E‘ tutto vero? Non c’e‘ la certezza. Importa che sia vero? Per niente. Oltre mezzo secolo di narrativa ha ridotto la verita‘ alla stregua di un fastidio. Le storie non sono nulla, tutto e‘ come le si raccontano.

Se ai Mondiali del 1970 ci fossero stati tutti i media del pianeta a rovistare per notizie, forse si sarebbe accertato se l’allenatore (brasiliano) del Peru’ aveva subito pressioni per non opporre eccessiva resistenza ai suoi connazionali nei quarti di finale. Ma e’ proprio quella mancanza di certezza che oggi fa sognare i romantici: davvero il Peru’ di Chumpitaz e Cubillas  si arrese alle giunte militari, prima che a uno dei piu’ forti Brasile di tutti i tempi? Difficile crederlo, bello e drammatico immaginarlo.

Un’epica del football odierno, si diceva. Evitando il passatismo sciocco, l’unico che puo’ dirimere la questione e’ il tempo. Soltanto fra anni, forse decenni, sapremo se quello che il calcio che si gioca oggi avra’ nei ricordi lo stesso posto di quello che a noi appare d’antan.

Una cosa pero’ mi sento di dirla. Se non ci riesce il Mondiale del 2014, allora non c’e’ speranza.

Non per la bellezza, opinabile, delle partite. Ma per gli elementi narrativi: il Sud America come scenario, la caduta dei colonizzatori, il caldo, il sudore e i crampi, i vecchi avventurieri in caccia della coppa, le favole latine.

“Fu cosi’ che le due spedizioni partite dal vecchio mondo si trovarono faccia a faccia in riva al Rio delle Amazzoni: i sudditi della Regina da una parte, gli Azzurri quattro volte campioni dall’altra. Nell’umidita’ che impiastricciava il respiro, inizio’ la loro avventura in quello straordinario torneo”.

Potrebbe essere l’incipit di un racconto di Osvaldo Soriano, e’ stato quello di Brasile 2014.

(Foto: http://www.ilcatenaccio.es)

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Perseverare diabolicum

Per quale motivo, a distanza di sette anni dal primo fallimentare tentativo di blog, con una vita cinque volte piu’ piena e pure una tastiera americana che mi costringe al ricorso all’apostrofo per sopperire alla mancanza di accenti, ci dovrei riprovare?

Innanzitutto per tutto quanto sopra: se non e’ difficile, non mi diverte.

Poi perche’, dicono, aprire un blog e’ fuori moda.

Ma soprattutto, perche’ per tanti motivi mi e’ venuta voglia di provare a fermare dei frammenti di tempo da riprendere un giorno in mano. Non per starli a guardare a meta’ di una domenica pomeriggio dal tempo balordo, ma per vedere che cosa e’ successo nel frattempo, e magari usarli per capire che cosa succedera’.

Un arco dal sereno al fortunale. Cosi’ vedevo la mia vita a trent’anni, dai finestrini di un taxi sulle immense corsie notturne di Avenida del Libertador, solo e libero come non sono mai stato.

E cosi’ continuo a vederla, oggi che siamo in tre ad abbronzarci al sole cantando Lelio Luttazzi o a stringerci forte sotto i rovesci dei giorni difficili, cantando “The lion sleeps tonight”. E gia’, perche’ la vie c’est plus marrant, c’est moins désespérant…en chantant.

Dai bar di Buenos Aires ai giardini del Nord dell’Inghilterra, passando per la vitalita’ sregolata di Miami e la signorilita’ anseatica di Amburgo.

“Vado dove mi portano i calci nel culo.”

Sette anni mi ritrovavo in questa folgorante sentenza di John Belushi quanto in poche altre. Oggi tante cose sono cambiate e non e’ piu’ tempo di rimbalzare da un posto all’altro come una palla matta, anche se  l’idea di una valigia da riempire all’improvviso e’ un brivido a cui non si puo’ rinunciare.

Allora all’ingresso del blog trovate il saggio consiglio che diede il professor Sassaroli al malcapitato vedovo al cimitero.

Le esperienza vanno fatte quasi tutte. Ma non si deve mai andare in Germania, Paolo.

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